Riportiamo di seguito l’articolo di Anna Maria Noia, alla quale vanno i nostri ringraziamenti, tratto dal sito www.dentrosalerno.it sulla serata conclusiva, tenutasi Domenica 21 marzo 2010, della XVII edizione della rassegna “Insieme…con il teatro”.

 

Domenica 21 marzo si è tenuta, in un gremitissimo (fino all’inverosimile…) centro sociale “Biagi”, a Mercato S. Severino, l’ultima serata della kermesse-rassegna per compagnie amatoriali (anche, a nostro avviso, più valide e/o propositive di quelle professionistiche – almeno è ciò che appare ai nostri occhi…) denominata: “Insieme…con il teatro”. È stato veramente memorabile e denso l’ultimo appuntamento con “La magnifica gente do’ Sud”, l’entusiastica ed entusiasmante compagnia teatrale anfitrione – retta da Maria Rosaria Ferri, presidente, e dal direttore artistico Ferraioli – che ha organizzato gli spettacoli da gennaio, come ogni anno da ben diciassette edizioni (nel 2010 si è festeggiato anche il ventennale del sodalizio che opera anche nel sociale); la piece proposta: “Uno coi capelli bianchi” (libero adattamento a un copione di De Filippo da parte del vulcanico direttore artistico Alfonso Ferraioli) è stata davvero un tripudio sia perché ha “provocato” l’affollamento degli appassionati presenti in sala – aficionados che raggiungono anche la consistente cifra di trecento persone a spettacolo – sia per la ricchezza, la varietà di gag e battute, assieme a molti colpi di scena e a situazioni paradossali e dualistiche, gustose e alla conclusione (in fondo in fondo) riflessive e drammatiche/drammaturgiche (e chi più ne ha più ne metta)… “Uno coi capelli bianchi”, nella versione proposta dalla Magnifica gente a chiusura del cartellone di “Insieme…con il teatro”, è un’esilarante commedia degli equivoci, come sapeva caratterizzare – magistralmente – soltanto (anche se ci sono stati altri drammaturghi allo stesso livello, sia della Napoletanità che nell’ambito classico) il verace Eduardo De Filippo; le sue commedie posseggono un particolare, deciso retrogusto amaro e una triste e malinconica weltaschauung (visione del mondo, in campo letterario ed artistico) dell’esistenza (sempre un po’ beffarda…) e dell’arte. Il plot (copione, trama) dei due brevi atti prevedeva sul palcoscenico l’azione di Battista Grossi, un anziano, appunto “uno coi capelli bianchi” – interpretato simpaticamente e con convinzione da un dinoccolato e divertente Ferraioli – che dovrebbe essere saggio e distaccato, insomma: maturo, segreto, ma invece con il suo parlare troppo, con l’impicciarsi dei fatti altrui (le vicende della figlia Giuseppina, del genero Giuliano – interpretati con ironia e savoir faire da Valentina e da un focoso Mimmo – ma anche dell’avvocatessa giunta nella sua azienda alimentare e del nipote Francesco) causa problemi e disastri a non finire, portando sul lastrico l’azienda e rendendo difficile – se non impossibile – il menage familiare. Infatti, soprattutto da questo lato, egli commette l’imperdonabile errore di mostrare alla figlia Giuseppina il reggiseno di una donna che ballava insieme col marito Giuliano – peraltro gelosissimo di lei – causando la ribellione di Giuseppina, che poi andrà a “divertirsi” per vendicarsi della pur piccola e innocente “scappatella” e causando scandalo e reazioni scomposte da parte del marito, napoletano “doc” e quindi non troppo “incline” alle “corna”, e dei familiari. Il marito vorrebbe anche uccidere il chiacchierone ed immaturo suocero, ma non riuscirà a sparargli. In conclusione la scena comica diverrà tragica: Battista infatti si scinderà pirandellianamente in una metafora dualistica del “compito” (e in particolare del comportamento) che un anziano, essendo saggio, dovrebbe impersonare nel vivere il proprio ruolo e confesserà che in lui “convivono l’uomo e il padre”: l’uomo – secondo lui – dovrebbe tacere di fronte al tradimento del genero, ma non il padre. Proprio in quanto “padre” di Giuseppina – così egli giustifica e capovolge il suo vizio di parlare troppo, come un bambinone, come un “chiachiello” e secondo il potere della parola del sofista Gorgia (con Protàgora tra i filosofi che hanno studiato la retorica del parlare) – Battista avverte la donna che il marito (pur avendo commesso solo questa “sciocchezza”) è andato con gli amici a divertirsi senza pensare alla moglie. Nel finale, ricco di pathos e di suspence, il vecchio cercherà di afferrare – affermando il suo presunto “onore” – una dignità che non ha mai veramente mostrato, avendo combinato “casini”, pasticci e situazioni comiche a gogò. Il tutto incastonato in una bella scenografia, con validi attori e anche con esordienti, come la moglie di Battista impersonata da una brava Tea. Credibile e godibile Sara (Soglia) nei panni della cameriera di casa Grossi, Margherita.

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